Quanti mali cura il cardo!

I cardi, così chiamiamo molte perenni spinose, hanno fra i giardinieri una cattiva reputazione, perché possiedono radici a fittone profonde e molto, molto resistenti. Alcuni sono però bellissime sculture vegetali dai tenui colori attraenti: rimangono decorativi a lungo. In genere sono piante da zone siccitose, da terreni magri. Attirano molti insetti, e i semi sono amati dagli uccelli, soprattutto dai bellissimi, coloratissimi cardellini.
I generi principali sono Carlina, il cardo dedicato a Carlo Magno, che cresce raso terra e che segna il tempo aprendosi al sole o chiudendo la rosetta fogliare quando minaccia pioggia. I Cynara, carciofi e cardi da cucina sono conosciuti ormai in tutta Europa, coltivati a nord delle Alpi dai giardinieri spesso per via della loro meravigliosa fioritura. Poi ci sono i Cirsium, l’Echinops, il Psilostemon; il Sylibum è una nota pianta medicinale, con la foglia picchiettata di chiaro. Infine l’Onopordon: questo è un’imponente scultura vivente color grigio azzurrino. La traduzione del suo nome dal greco è poco elegante (flatulenza d’asino).
A proposito di cardi, vorrei raccontare qui un aneddoto divertente: il nome botanico del cardo in questione è Eryngium giganteum; una varietà di questo, particolarmente rara, è la varietà ‘Miss Willmott’s ghost’, il fantasma di Miss Willmott.
Ellen Ann Willmott, nata nel 1858 e vissuta fino al 1934, era una personalità con un carattere particolare, conosciuta però dagli appassionati botanici e dai proprietari di giardini “importanti”. Coltivava lei stessa molte piante rare, pubblicava libri e articoli a tema botanico. Era invitata spesso a visitare giardini; se Miss Willmott li trovava o troppo pacchiani o comunque non di suo gradimento – malelingue sostenevano che fosse anche invidiosa di giardini molto belli – seminava di nascosto i semi del suo Eryngium. Dopo un paio d’anni questi cardi molto alti comparivano, con meraviglia dei proprietari, nei giardini visitati.
Difficilissimi da estirpare, come già notato più sopra.
Il nome botanico del “mio” primo ospite in giardino è stato il Sylibum marianum, della famiglia delle Compositae. Alto fino a un metro, ha una forte struttura diritta; la pianta tutta è armata con spine lunghe e sottili. Le foglie sono verde chiaro, percorse come dicevo da venature bianche, molto decorative. Si dice siano dovute al latte di Maria, da una goccia sfuggitale dal seno mentre allattava il suo bambino durante la fuga in Egitto.
Nella medicina popolare il cardo mariano – i suoi acheni e le foglie essiccate – ha una lunga tradizione. Si basa sulla Signatura rerum: sull’analogia di forme, colore, carattere, epoca di apparizione e altre particolarità, appunto, delle piante usate.
Secondo la convinzione del similia similibus, il fagiolo poteva curare malattie renali, il gheriglio delle noci le malattie mentali e i traumi al cervello, la celidonia- dai fiori gialli- l’itterizia, le foglie dell’Anemone epatica le malattie del fegato, eccetera.
Le spine del cardo mariano cacciavano ovviamente gli spiriti malefici; le foglie lenivano malattie al seno, aiutavano anche la lattazione delle mucche. I semi curavano dolori acuti in varie parti del corpo, soprattutto del fegato o delle coliche renali. Anche oggi sono usate sia nei globuli omeopatici, sia per curare malattie di fegato. Pare servano persino contro i postumi delle chemioterapie: influssi malefici, appunto. La medicina tradizionale ha espresso parere neutro, limitandosi a dire che la pianta non contiene elementi nocivi.
Nel mio orto, dove questo cardo cresceva, comparivano ogni anno innumerevoli piantine venate di bianco, pronte a espandersi: le figlie dei piumosi acheni –i semi- del cardo mariano, sparsi in luglio e agosto dall’imponente pianta madre.
Le foglie irte di spini sono state nemiche giurate delle mie gambe nude per le acute punture che infliggevano. Mi limitavo a lasciar crescere una, due plantule, scelte fra quelle che affollavano il terreno. Le altre, per evitare che formassero una boscaglia armata, le estirpavo velocemente.

Martha Canestrini