Il suo nome botanico è Cupressus sempervirens, della famiglia delle Cupressaceae. Fiorisce in aprile; le galbule, i “falsi frutti” che assomigliano a pigne, nel linguaggio comune si chiamano coccole.
Già dall’antichità popolava i cimiteri mediterranei.
La simbologia italiana associa quest’albero, alto e sottile nelle sue forme giovanili, al dolore e alla morte; oppure – siccome sempreverde – alla resurrezione, all’anima immortale, alla pace del paradiso e alla luce della conoscenza. È piantato nei cimiteri anche per motivi pratici: la radice profonda e a fittone non disturba l’assetto dei tumuli e non svelle le lapidi.
Kyparissos, così racconta Ovidio nelle sue Metamorfosi, era un compagno del dio Silvano. Per errore uccise una cerva addomesticata molto amata. Nel dolore della perdita si augurò la morte; Apollo esaudì il desiderio e lo trasformò in un albero funereo.
Orazio, poeta romano, scrive (traduco a braccio) “Dovrai a suo tempo lasciare la casa e la moglie amata; e fra tutti gli alberi che tu, loro proprietario per breve tempo, hai piantato, uno solo potrà seguirti, l’odiato cipresso”. I cipressi segnavano la via verso gli inferi, anche se i rami sempreverdi davano speranza per una resurrezione.
Nell’Antico Testamento Isaia evoca, invece, il ritorno di una nuova Gerusalemme tra i pini, il bosso e i cipressi come crescevano nei magnifici boschi del Libano.
I cipressi sono alberi che crescono lentamente, e che diventano molto vecchi. A Firenze, nel giardino di Boboli dietro Palazzo Pitti, crescono cipressi datati 1450, enormi esemplari con cortecce segnate profondamente dal tempo, dalle chiome scarmigliate e altissime.
Pare che Noè avesse costruito l’arca con legno di cipresso, legno pregiato, durissimo e profumato. Con questo legname si producono anche armadi e cassapanche che preservano il contenuto dai parassiti.
I cinesi amano questa pianta alta, elegante, dal tronco diritto. Il suo nome, “po”, è diventato un predicato nobiliare. I semi di cipresso sono legati al principio yang; se masticati, acuiscono la vista, l’udito e fanno raggiungere un’età molto avanzata, e forse anche l’immortalità. Il tronco è associato al fallo, perciò l’albero è, ovviamente, simbolo di grande fertilità.
Per i popoli che abitano lande più fredde, il cipresso evoca, invece, il calore, la luce, la bellezza delle colline mediterranee. Chi ama i giardini fa di tutto per coltivarlo dove non vorrebbe crescere. Non sopporta la siccità invernale nei suoi primi due decenni di vita, ma neppure la poca creanza delle nevicate, che piega i rami in modo poco estetico e persino li spezza. Sul legno vecchio spuntano germogli stentati, un taglio drastico compromette definitivamente la bellezza della pianta. Neppure il freddo pungente delle notti di gennaio gli fa molto bene, brucia le parti più giovani; così risulta brutto. Sopporta bene, invece, la siccità estiva. Odia la chimica in tutte le sue componenti, chi lo nutre solo con preparati minerali rischia di comprometterne la crescita in modo definitivo. Gli esemplari che si comprano in mastelli hanno in genere le radici così compresse e contorte, che stentano ad attecchire ed espandersi in piena terra.
Martha Canestrini




