Nei lontani tempi in cui non esistevano i garden center, e neppure esistevano bancarelle o negozi che vendessero piantine (un evento conosciuto solamente nelle città), in tempi appunto in cui le variopinte bustine erano sconosciute, le ortolane/gli ortolani ricavavano tutti i semi dalle loro piante più belle lasciate fiorire. Li raccoglievano, li ripulivano, eliminavano i meno vitali, li asciugavano all’ombra, mantenendoli poi con cura in cartocci o altri contenitori, preoccupandosi che non venissero attaccati da parassiti o prendessero muffe. La cosa più importante per la riproduzione: scambiavano anche i propri semi con quelli delle cognate, del maestro di scuola, della perpetua del parroco, delle vicine. In questo modo venivano a formarsi col tempo varietà di verdure perfettamente adattate al terreno, al clima, alla regione.
All’inizio del 1900 molte ditte (le più famose si trovavano a Erfurt, capitale del Land Thüringen ) iniziarono a produrre semi su larga scala. Le piante dovevano rispondere alle esigenze di un nascente mercato europeo: o dovevano maturare contemporaneamente, oppure in modo scalare; poi produrre in abbondanza. La loro raccolta doveva poter essere eseguita con facilità dalle macchine, il prodotto mantenersi a lungo nei magazzini. Questi criteri passarono anche alle verdure prodotte su scala minore, quella per gli orti privati, rendendo la produzione omogenea e livellata. Sparirono le diversità regionali.
La cosa parve andare bene per alcuni decenni. C’era qualcuno però che si ricordava i colori, le forme, ma soprattutto i sapori delle verdure “di una volta”.
E da un decennio le scuole agrarie e quelle di analoga formazione hanno iniziato a insegnare sistematicamente l’antica scienza di riprodurre verdure cosiddette autoctone. Un esempio sono i cavoli di Trodena/Truden, croccanti, resistenti alla siccità e indenni da malattie, poi anche le molte varietà di fagioli locali e persino di pomodori resistenti alle malattie fungine.
C’è un piccolo intoppo però: non tutti i semi sono adatti alla riproduzione. Bisogna usare solamente quelli che producono piante uguali alla pianta madre. Vengono distribuiti nei negozi biologici , maanche in internet con produzione bio (ho trovato diverse ditte che li spediscono). Da noi i semi di vecchie varietà locali che perpetue nelle parrocchie, contadine attente e appassionati ortolani hanno conservato gelosamente, si trovano presso le associazioni contadine del Bauernbund e anche presso gli istituti chiamati “Scuole professionali domestiche e agroalimentari” che danno indicazioni su dove trovare i semi “locali”.
Hanno – sebbene non tutti – una resa meno copiosa degli ibridi industriali. In compenso resistono indomiti agli attacchi dei parassiti più comuni e a una siccità temporanea.
Gli ibridi F1 – per fortuna sono sempre dichiarati sulle bustine – non funzionano se si vogliono mantenere da un anno all’altro. Una risemina produrrà piante con diversissimi risultati, con la ricaduta nelle vecchie qualità originali non sempre apprezzate per l’orto casalingo.
Parlo per esperienza: molti anni fa volevo riseminare dei fagiolini che avevano prodotto riccamente. La risemina mi aveva fatto crescere bellissime piante, un bosco di sanissime foglie, ma senza un solo fagiolino da raccogliere; la stessa cosa è successa con dei pomodori, le piantine le avevo acquistate in qualche mercatino locale. Fatica e tempo sprecati.
Martha Canestrini




